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San Costantino Albanese si trova in Basilicata in provincia di Potenza in Val Sarmento, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino. Posto a circa 700 mt. s.l.m.  in una conca racchiusa per tre quarti da alture. Il centro abitato, in pendenza non molto accentuata, è racchiuso da due torrentelli nella parte che va verso il Sarmento. Il nucleo più antico, diviso in parte alta (katundi alartaz), il cui abitante veniva chiamato lastu lasht, e parte bassa (katundi ahimaz), si estende longitudinalmente da nord-ovest a sud-est. Le due punte estreme erano delimitate da due chiesette: quella della parte alta, dedicata alla Madonna delle Grazie ancora oggi esistente; quella meridionale invece, dedicata alla Madonna della Katistea,  è stata demolita una trentina di anni fa per far posto ad una strada.

Dalla chiesetta della Madonna delle Grazie comincia via Scanderberg (nxellikata) che taglia tutto il paese giungendo quasi fino alla Katistea. A circa due terzi, via Scanderberg si allarga creando la piazza principale, sulla quale si affaccia la Chiesa Madre dedicata a Santi Costantino ed Elena. Salendo ancora verso ovest troviamo, seminascosto tra cerri e ulivi, il Santuario della Madonna della Stella, protettrice del paese; questo santuario costituisce il cuore religioso della comunità di San Costantino.

LE ORIGINI E L’ETNIA

Il nome degli albanesi d’Italia è arbëresh. Secondo la tradizione, San Costantino Albanese sarebbe stato fondato da profughi Coronei, provenienti dalla città di Corone, nella Morea (Grecia), durante la quarta emigrazione avvenuta nel 1534, in seguito all’occupazione dell’Albania da parte dell’impero Ottomano. Il re di Napoli li accoglie e li destina in varie parti del regno. Lazzaro Mattes, incaricato degli smistamenti, destina uno di questi gruppi presso il mandamento di “Noja” (l’attuale Noepoli). Sorge così il casale di San Costantino Albanese. Il centro nasce povero e rimane povero, basato su un’economia di sopravvivenza; si coltiva il castagno, l’olivo, il lino, la ginestra e il cotone. Il paese è però oggetto di alcuni privilegi regali: fino al 1671 i suoi abitanti sono esentati dalle tasse e dai pesi fiscali; i regnanti spagnoli vogliono premiarli per l’aiuto dato, in passato, nella battaglia contro i Turchi. Tra le cose che gli arbëresh sentivano come loro peculiarità e elementi di coesione e distinzione rispetto agli italiani, il primo posto spetta alla lingua, non solo codice comunicativo ma simbolo stesso dell’etnia.

I costumi, le manifestazioni tradizionali e tutto l’apparato folklorico e le consuetudini di vita contribuivano, con la ligua, a caratterizzare l’identità del gruppo etnico. La conservazione del rito Greco-Bizantino, fa ricadere la comunità sotto la giurisdizione ecclesiastica dell’”Eparchia” di Lungro (CS).

L’ABITO TRADIZIONALE

I tessuti adoperati per confezionare i vestiti, erano di produzione locale come la lana (lesht) e il lino (liri). Veniva prodotto anche il tessuto di ginestra (sparta); dalla ginestra si otteneva il filato con procedimenti analoghi alla lavorazione del lino, ma il suo uso era limitato al confezionamento dei tessuti grezzi adoperati per cucire sacchi, bisacce, strofinacci, ecc. I tessuti confezionati col telaio a mano, venivano colorati mediante la bollitura di sostanze coloranti. Il rosso si otteneva dalla robbia, il giallo dall’euforbia, il verde dalla corteccia del frassino, l’arancione dall’allume, il marrone dai gusci di noce, il nero dal vetriolo. Il vestito tipico maschile, piuttosto semplice, era composto da una camicia bianca, un gilet, pantaloni neri lunghi fino al ginocchio, calze di lana, un cappello a punta con funzione soprattutto decorativa. Il vestito femminile era assai ricco e costituiva  un indice della condizione economica di chi lo indossava. La gonna (kamzolla) era rossa, di lana, tessuta al telaio, liscia sul davanti e per il resto tutta pieghettata, in tutto 50-70 pieghe raccolte in gruppi di 9-10. Il fondo della gonna era orlato da una larga fascia di tessuto pregiato. La gonna veniva decorata in diversi modi: con l’applicazione di fasce gialle  lavorate e decorate al telaio (kamzolla me fashet); il numero delle fasce, da 4 a 6, indicava la condizione economica della donna e della sua famiglia; oppure con tre larghe fasce di seta, una bianca e due gialle, (kamzolla me riçune); questo ultimo tipo di gonna era posseduto da appena un paio di persone molto abbienti.

Altre alla gonna il costume  era composto da una camicia bianca (linja) in lino bianco, era lunga fin sotto al ginocchio e aveva anche la funzione di sottoveste, sul davanti presentava una parte ricamatissima (piterja) ed intorno al collo tre giri di ghirlanda di merletti (riçet), quindici per ogni giro e venivano inamidati (me pozem) prima di indossarle; le maniche erano ampissime e ricamate alle attaccatura delle spalle (të mbjedhura), presentavano un rigonfiamento nella parte interna (vrathaqi) e sul fondo delle maniche vi erano altri merletti con un laccio finale che serviva per legarle sul bolero. Il bolero (xhipuni) era di dimensioni ridotte, in modo da non coprire i ricami della camicia, esso era confezionato in raso, velluto,  seta e damasco; il colore del bolero era sempre vivace e su di esso venivano ricamati motivi quasi sempre floreali.

I capelli delle donne non venivano né lavati e né tagliati, ma solo pettinati e divisi in due lunghe ciocche, venivano poi avvolti in maniera assai stretta con delle fettucce bianche (hjetulla), in modo da formare due veri e propri cordoni. La maniera di intrecciare questi cordoni sulla testa era leggermente diverso tra nubili e sposate. L'operazione di acconciatura veniva rifatta quando le fettucce erano sporche. Mentre le nubili portavano il capo scoperto, le sposate su questa acconciatura (kshet) portavano un copricapo ricamato in oro (keza) dal quale pendeva sulla nuca una specie di ventaglio in stoffa pregiata (çofa). Il copricapo veniva fissato all'acconciatura da due lunghi spilloni d'argento filigranato (spingullat), più o meno grossi e decorati a seconda della ricchezza dell'indossatrice, e da una trinetta ricamata (napza), che passava poi sotto il bolero e arrivava quasi fino al fondo della gonna. Tutto ciò era simbolo di fedeltà e veniva messo il giorno del matrimonio e non veniva più tolto.

 
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